Segni d’Africa

Mostra personale di Emanuela de Franceschi dall’11 al 17 aprile 2026

Curatori della mostra Emanuele Gregolin e Pengpeng Wang

Inaugurazione sabato 11 aprile dalle 17.30 alle 20.30

L’Artista

Emanuela de Franceschi nasce a Roma. All’età di dodici anni la madre, riconoscendo la sua passione per il
disegno, le regala una tela e dei colori a olio: da quel momento nasce il suo profondo interesse per la pittura…
Parallelamente alla propria attività professionale e alla vita personale, continua ad approfondire la formazione artistica frequentando i corsi della Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti di Roma, la Scuola Romana di Fumetto, e gli studi degli artisti Melchiorre Melis e Silvio Bicchi…

Partecipa a numerosi concorsi di pittura estemporanea e a diverse mostre collettive, tra cui quelle a Roma presso l’ex Mattatoio e a Tivoli nelle Scuderie Estensi. Per lungo tempo la sua pittura si concentra sulla rappresentazione di figure, animali, paesaggi e nature morte. Nel 2012 una pausa di riflessione la spinge a riconsiderare la natura del proprio percorso artistico. Nel 2013 nasce così la serie Interferenze, incentrata sulla scomposizione e successiva ricomposizione delle immagini, cui segue il ciclo Gli Echi. La ricerca prosegue con Le passate stagioni, dove la scultura di Igor Mitoraj stimola una riflessione sul rapporto tra l’uomo contemporaneo e la cultura classica. Nella serie Contaminazioni plastiche la classicità incontra il contemporaneo in una consapevole e raffinata rievocazione di un passato perduto. Nelle più recenti Metamorfiche visioni la ricerca artistica mette in dialogo l’immaginario classico con linguaggi visivi contemporanei come pop culture e street art. Vive e lavora nei Castelli Romani, dove ha il proprio studio.

La Mostra

La serie pittorica Suggestioni Africane di Emanuela de Franceschi inaugura un’esperienza interiore che si colloca tra visione, memoria e dimensione spirituale. La sua ricerca parte dall’osservazione di gruppi etnici specifici, autori di maschere e sculture rituali, ma si sviluppa attorno al “volto” come immagine cardine, trans-culturale e trans-storica, attraverso cui si apre una riflessione pittorica sull’identità, sul tempo e sulla spiritualità.

All’interno di questa serie, il volto appare costantemente sottoposto a processi di frammentazione, occultamento, sovrapposizione e ricomposizione. Le divisioni geometriche, verticali e orizzontali, agiscono come sezioni temporali che scompongono l’unità dell’immagine in una pluralità di prospettive e livelli. Questa frattura strutturale non è il risultato accidentale di una sperimentazione formale, bensì una scelta concettuale consapevole: essa rimanda alla non-totalità dell’esperienza soggettiva contemporanea, in cui l’identità non è più concepita come un’entità stabile e chiusa, ma come un processo in continuo divenire, generato dall’interazione tra memoria culturale, sedimentazione storica e percezione del presente.

La “frattura” non si manifesta soltanto come scomposizione visiva, ma assume anche il valore di una lacuna filosofica. È proprio nello spazio non completamente colmato dell’immagine che memoria e alterità possono emergere. In questo senso si instaura una sottile risonanza con la concezione del “vuoto” propria delle tradizioni artistiche dell’Asia orientale. Nella pittura cinese e giapponese, lo spazio vuoto non rappresenta un’assenza, ma un campo generativo di senso; analogamente, nelle opere di de Franceschi, la divisione, l’occultamento e l’incompiutezza non negano la forma, bensì preservano uno spazio aperto per l’esperienza spirituale.
Nel contesto dell’arte contemporanea, siamo spesso testimoni di opere realizzate da artisti africani o sudamericani che rispondono direttamente alla propria esperienza culturale, lasciando emergere una forte consapevolezza identitaria e storica. In quanto artista italiana, de Franceschi non tenta di “parlare a nome” della cultura africana, ma apre piuttosto un nuovo canale di osservazione e di relazione con essa. I volti da lei dipinti possiedono una densità quasi scultorea, pur mantenendo la fluidità tipica del linguaggio pittorico. Le superfici materiche, costruite attraverso spessori, abrasioni e stratificazioni ripetute, fanno oscillare l’immagine tra apparizione e dissoluzione, come se il volto emergesse lentamente dalla materia per poi rischiare di ricadere nell’astrazione.

Parallelamente, il colore assume in questa serie una funzione strutturante sul piano spirituale. Ocra, terra rossa, blu profondo, indaco, oro e nero ricorrono con insistenza, componendo una tavolozza altamente concentrata. Tali cromie rimandano alla memoria della terra, dei minerali e dei materiali naturali, ma veicolano anche una forte valenza simbolica: il rosso come energia vitale e rituale, il blu come introspezione e trascendenza, il nero come abisso, protezione e soglia. L’artista non ricerca un’armonia cromatica pacificata, ma mantiene deliberatamente tensioni e contrasti, generando un’intensa energia psicologica. Questa energia non conduce a un climax narrativo, bensì a una vibrazione meditativa che invita l’osservatore a rinegoziare continuamente la propria posizione di fronte all’opera.
Anche nella scelta dei materiali emerge una chiara consapevolezza contemporanea. Tela, juta e media misti conferiscono alle opere una qualità che richiama la scultura e l’oggetto-reliquia. La materia non è più un semplice effetto superficiale, ma diventa traccia visibile del tempo: ogni copertura, raschiatura e ridipintura costituisce una negazione dell’idea di compiutezza.

Questa insistenza sull’incompiuto trova una profonda affinità con l’estetica dell’Asia orientale, in particolare con i concetti di “immagine non conclusa” e di “senso lasciato in sospensione”, secondo i quali l’opera non è un esito definitivo, ma un processo aperto e in continua espansione.
La serie Suggestioni Africane può dunque essere interpretata come una pratica etica di visione interculturale. Essa si distingue tanto dall’appropriazione formale dell’arte “primitiva” tipica del modernismo, quanto dalle attuali strategie di collage iconografico e di semplificazione culturale. La pittura di de Franceschi si configura piuttosto come un dialogo introspettivo: l’artista non sostituisce la voce dell’altro, ma ascolta, filtra e trasforma, facendo della pittura un medium di sedimentazione dell’esperienza.
In un’epoca in cui la globalizzazione accelera e le immagini tendono a ridursi a segni consumabili, questa serie ripropone una domanda fondamentale: la pittura è ancora capace di farsi contenitore della memoria e dell’esperienza spirituale? La risposta offerta da Emanuela de Franceschi non assume la forma di una conclusione definitiva, ma di un processo visivo in costante divenire. Nelle fratture di questi volti non incontriamo un’alterità definita, bensì il soggetto contemporaneo che si costruisce incessantemente attraverso l’eco di molteplici culture-ed è proprio questa la direzione di ricerca che l’artista continua a esplorare nel suo percorso creativo personale.

Ingresso libero.

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